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Posted on 17 Dic 2015 | 0 commenti

Il ponte del “Re piccirillo”

 

re

di mario pagliaro

Nel 2007, mi capitò un progetto di restauro di un edificio rurale, chiaramente, con una sua storia, come tutte le masserie dei nostri territori. La extra-ordinarietà di questa era l’assoluta originalità delle strutture, delle rifiniture e la via d’accesso. Per entrare nella proprietà era necessario varcare un passaggio sommerso dalla vegetazione, edera e fichi, nemmeno buoni da mangiare. Ai lati, due parapetti, lunghi e paralleli, a terra sassi e tracce di asfalto e cemento. Nessuno avrebbe detto fosse un ponte.
Lo chiamavano Ponte Taglione o Tagliola, comunque, una trappola. Nessuno mi seppe dire il motivo, forse, perché unisce i lembi più stretti di quella valle che va da Sant’Agata dei Goti fino a Durazzano. Fisicamente, il confine tra Sannio e Terra di Lavoro. Altra notizia confusa, da qualche parte, anche sotto la masseria, passava l’acqua che andava alla cascata della Reggia di Caserta.
Un buon progetto di restauro deve partire dall’analisi di tutto quanto abbia preceduto il contemporaneo, non solo all’interno dello spazio da recuperare, ma anche di quanto gli sia “girato intorno”. A differenza di quel che si crede, l’architettura storica non aveva sempre una regola ma, sicuramente, una ragione. E se non comprendi (prendi con te) le ragioni che hanno fatto creare quello spazio artificiale, come fai ad agire per recuperarlo?
Fu così che, perso tra racconti, biblioteche e autori che si contraddicevano, scoprii che quel ponte aveva vissuto circa 250 anni di approssimazione che segnavano, ancora oggi, la contemporaneità del suo degrado.

Il Ponte Taglione non avrebbe nulla di anonimo, è uno dei tre ponti dell’Acquedotto Carolino, quindi, parte integrante del Patrimonio dell’Umanità Unesco.
Il primo ponte è ad Airola, il terzo è quello delle immense arcate di Maddaloni, il secondo, Luigi Vanvitelli che lo progettò e ne seguì personalmente i lavori, lo chiamò Ponte della Valle di Durazzano. Anche se, con testardaggine, voleva diventasse il “Ponte di Ferdinando IV”, in quanto prima opera iniziata nel nuovo Regno del Re Piccirillo, dopo la Prammatica Sanzione.
Questa fu l’intenzione galeotta che fece diventare il ponte durazzanese campo di battaglia dell’astio che già covava tra il Regio Architetto e Bernardo Tanucci, Primo Ministro di Carlo III. Papalino il primo, riformista il secondo. Vanvitelli, uomo d’arte ma anche di mestiere, per dimostrare la misura del suo potere anche con l’avvio del nuovo corso politico, voleva per il suo nuovo ponte quel nome e insieme apporre una lapide che celebrasse il nuovo re. Tanucci, reggente “di fatto” del Regno, che aveva il dovere di tollerare ma non certo di favorire la fazione politica opposta, vide in questo un obbiettivo da boicottare.

Sul “Ponte di Durazzano”, così, si combatté una silenziosa guerra diplomatica, vinta dal ministro del Re che riuscì ad impedire che una struttura funzionale diventasse anche monumento. Un’intenzione apparentemente banale, invece, dal momento in cui Vanvitelli ammise la sconfitta, dedicando ad altre priorità la continuazione dell’utopia carolina, il Ponte della Valle di Durazzano cadde nel limbo più completo, per l’assenza di una storia ufficiale da raccontare ma, soprattutto, per l’abitudine accademica di ricostruire la storia ricopiando, acriticamente, dalle fonti antiche.
Enorme parte di quanto oggi troviamo disperso tra libri, pubblicazioni e web, sulla storia dell’Acquedotto Carolino, non ha come base di conoscenza l’analisi comparata tra la storiografia e le evidenze sul campo, il rilievo dei luoghi, la curiosità del ricercatore ma, troppo spesso, solo la lettura dei testi prodotti dalle generazioni precedenti.
Ho perso il conto di quanti ne abbia consultato, scritti dal ‘700 ad oggi, da viaggiatori, studiosi, sovrintendenti, dal nipote di Vanvitelli a Quatremere de Quincy, dai progettisti dell’acquedotto di New York a Gustavo Giovannoni, agli organizzatori, nel 2007, della mostra “L’Acquedotto Carolino”. Trattando del ponte durazzanese, come pure di quello di Airola: tutti ripetono gli stessi errori di chi li ha preceduti.
Il numero di arcate, i testi delle iscrizioni, le caratteristiche dei luoghi, tutto è sempre differente da quanto appare evidente a chi, nonostante il degrado che avvolge oggi questi brani minori del Carolino, volesse tentare un sopralluogo ed non solo la lettura di un libro.
L’abitudine all’approssimazione, così, può portare non solo a scrivere quel che non si è visto ma, addirittura, anche a riportare quel che non si è letto.
Le lettere autografe che il Regio Architetto, con pignoleria quasi quotidiana, scriveva al fratello Urbano, (magnificamente raccolte dallo Strazzullo e pubblicate per Congedo editore) sono una comoda ed importante fonte di conoscenza della storia “carolina”. Ovviamente, essendo “cronaca”, dovrebbero essere confrontate con la “storia” e, di più, con l’evidenza dei luoghi. Altrimenti il servizio alla cultura può diventare limitato. Per il ponte di Durazzano, è stato così.
Secondo l’attuale storiografia ufficiale, le cui tracce virtuali sono seminate dovunque anche sul web, dalle informazioni turistiche alla divulgazione scolastica, la lapide della discordia, causa di tanto tribolare dell’Architetto e dei boicottaggi del Ministro, non solo sarebbe stata apposta ma, addirittura, sul ponte di Airola. Nominando, quindi, erroneamente, il ponte sull’Isclero prima opera del regno di Re Nasone. Peccato che sull’Isclero non ci sia traccia di una terza targa e nelle lettere di Vanvitelli si racconti tutt’altro.

Detta così, potrebbe sembrare una raccolta di peccati veniali, nella realtà, è molto di più di una pulsione localistica o una dichiarazione di guerra “tra poveri”.
Siamo investiti, quotidianamente, da quintali di retorica sull’importanza della storia nei processi culturali, sociali, addirittura, produttivi legati al nostro futuro, tutti scambiano l’antico con il bello e chiunque tenta di riproporre almeno un capitello nel proprio condominio, difatti e la favola vissuta dal nostro ponte lo dimostra, viviamo una sconnessione totale tra “scienza e coscienza”, tra quello che si dice e come lo si fa.

Sul Ponte di Durazzano, la vittoria di Tanucci dimostra quanto antropologicamente possa l’assenza di una storia da raccontare, nella diffusione del valore di un bene culturale in chi lo possiede, in chi dovrebbe conservarlo, in chi dovrebbe valorizzarlo. L’attuale stato di degrado, dei brani minori del Carolino (e non solo) dimostra, anche, quanto possa l’assenza di una volontà di dare senso alle parole, compensando con l’onestà intellettuale la “non conoscenza” del passato e ricercando valori da restituire. Per questo, tanto ad Airola, quanto a Durazzano, i due ponti minori del Carolino vivono una vita grama.
Il primo è poco più di un muro di confine immerso tra coltivazioni di tabacco, circondato da discariche e quasi investito dalla Fondovalle telesina, il secondo è un anonimo passaggio per trattori conosciuto con un nome sbagliato, un giardino verticale di erbe inutili che sormonta un rigagnolo avvelenato, seminascosto, anche lui, da abusi scaricati.

Così, quando mi sono accorto che ricercando, rileggendo, fotografando, ridisegnando, avevo ri-scritto la storia di questo ponte e sapendo quanto fosse improba la possibilità che questa contro-storia superasse quella stratificata nei tanti secoli di cultura accademica, ho scelto di non compiacermi nella retorica della carta patinata, distribuita tra amici o pagata dalle istituzioni e creduto più giusto progettare e realizzare un libro digitale, a distribuzione gratuita, reperibile con un click, perchè la “favola del ponte del “Re piccirillo”, potesse essere letta dovunque, condivisa con chiunque, citata col “copia/incolla”.
Il tentativo, insomma, è che quanto ri-scoperto diventi conoscenza diffusa, perché la favola del Ponte della Valle di Durazzano sia patto di pace o almeno di armistizio, tra un bene culturale e chi dovrebbe viverlo. A dispetto di una lapide non apposta, una scritta non incisa, una dedica non fatta giungere.


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