La breccia irpina

La breccia irpina

di Mario Pagliaro

All’interno dell’Irpinia ballerina, tra i comuni di Gesualdo e Fontanarosa, il tempo e l’uomo hanno conservato una pietra e le mani che sanno lavorarla. La breccia irpina è una roccia di origine fisiomeccanica creatasi, come tutte le pietre di questa famiglia, dalla continua sedimentazione di frammenti di calcare, quarzi, cementi di varia resistenza. Più puddinga che spigolosa, resistente e tenace, come la gente della sua terra, ha alimentato per secoli i cantieri più prestigiosi dell’intera Campania. Per la fabbrica della Reggia di Caserta furono usati “i marmi di Gesualdo” poi, le stesse pietre, divennero di Fontanarosa.

La realtà è un intero territorio fatto di scalpellini e di scultori, piccolo per geografia, ma grande per le potenzialità, legato a filo doppio all’artigianato delle sua pietra. Cornice di portali, pietra di basamento, il suo protagonismo è minato solo dal travertino che le “cresce” accanto, più ferrigno del solito. Spesso nasconde tra le sue pieghe anche piccoli filoni ambrati di un onice perfetto ma poco costante nella qualità per giustificare una produzione. L’immagine della breccia è fortemente caratterizzata dalla presenza dei “favacci”, elementi di colore più scuro all’interno del materiale che rompono la sua uniformità e lo colorano denunciando gli usi possibili. Infatti, la grandezza e la densità di queste impurità, influenzano l’estetica e l’attitudine all’uso dei vari filoni.

La “favaccia”, la “favaccina”, infatti, non sono altro che nomi diversi per distinguere la stessa pietra in base alla dimensione, al colore e alle percentuali di macchie all’interno del conglomerato. In realtà la “pietra di Fontanarosa”, è il nome con cui si indicava proprio la breccia più fine, quella con elementi talmente minuti, densi ed amalgamati agli altri componenti, da poter permettere il suo utilizzo per sculture e arredi, a differenza della “favaccia”, i cui grossi elementi consentono solo una lavorazione più approssimata.

Oggi l’estrazione di questo prezioso materiale, procede a ritmi alterni, sia perché molte cave sono prossime all’esaurirsi, sia perché molte vengono chiuse o difficilmente aperte per ragioni di tutela ambientale. Sempre più spesso, però, sono le leggi di mercato ed i volumi di materiale estratto a non giustificare l’impresa economica. La difficoltà di approvvigionamento della pietra, infatti, influenza molto il tipo di mercato a cui gli operatori dedicano la pietra irpina. Sempre più spesso si predilige l’offerta dell’edilizia, proprio perché impegna tipologie non adatte a lavorazioni “di fino”

Lavorare con la pietra continuando a rispettarla, invece, significa dotarsi di molta pazienza e conoscenza del mestiere, così, nel territorio di Melito Irpino, si è potuto scoprire un grosso filone di “favaccina”, una breccia dalla tessitura che si credeva persa, paragonabile solo all’antica pietra di Fontanarosa. Compatta uniforme, con favacci tanto minuti da perdersi nell’insieme, da questo filone, centellinato gelosamente, verranno creati preziosi oggetti d’arte o d’arredo capaci di rinnovare le atmosfere dimenticate.

Questa è la difficoltà vera, propria di tutto l’artigianato, lavorare sempre per assicurare la continuazione della qualità e della funzionalità, perché non sia solo una ricostruzione approssimata e nostalgica di forme passate, ma si possa sempre cercare strade espressive per onorare la storia dei materiali.